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Santa Maria Salomè nei Vangeli e nella tradizione
A cura del prof. Cosmo Tridente.

tratto da: http://lamiasettimanasanta10a.blogspot.it/2010/12/santa-maria-salome-nei-vangeli-e-nella.html


Nella sua predicazione itinerante, Gesù è accompagnato dai dodici Apostoli e da alcune donne di cui i Vangeli ci dicono anche i loro nomi. Si tratta di due gruppi di donne. Un primo gruppo comprende: Maria, madre di Giacomo il minore e di Giuseppe; Maria, moglie di Cleofa; Maria Salomè, moglie di Zebedeo e madre di Giacomo il maggiore e di Giovanni l’evangelista. Il secondo gruppo comprende, invece, le donne toccate dalla grazia di Gesù o quelle da lui miracolate: Maria Maddalena, Susanna e Giovanna (moglie di Cusa che era amministratore di Erode Antipa). Queste donne hanno il coraggio di vivere una vita austera come doveva comportare la sequela di Gesù nel suo infaticabile itinerare.


Chi era Maria Salomè?
Una fantasiosa leggenda vorrebbe identificare Salomè con la suocera di San Pietro, guarita da Gesù, non nominata nel passo evangelico di Marco (1, 29-31): “E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto, con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli”.
Secondo i Vangeli apocrifi (dal greco apokryphos = sottratto alla vista, cioè scritti che non appartengono al canone delle Scritture) era una levatrice ebrea che, accorsa per assistere Maria partoriente, non credeva nel suo parto verginale, per cui volle verificare di persona la condizione imenàica. “Se non pongo il mio dito – è scritto nel Protovangelo di Giacomo (XIX, 1-3) - e non scruto la sua natura non crederò che una vergine abbia dato alla luce”. Ma non appena inserite le dita, la sua mano si staccò e cadde a terra tra atroci dolori. Soltanto pentendosi e toccando il Santo Bambino, l’incredula ebbe di nuovo la sua mano risanata.
Secondo i Vangeli canonici, Maria Salomè era una delle pie donne che ha assistito alla crocifissione, morte e risurrezione di Cristo. Viene menzionata due volte nel Vangelo di Marco con il nome di “Salome” (Marco 15, 40-41 e 16, 1), ma grazie ad un confronto parallelo con il Vangelo di Matteo (27, 55-56) la si può identificare come “la madre dei figli di Zebedeo”. La tradizione la chiamerà, in seguito, “Maria Salomè” (con l’accento).
Maria Salomè era dunque moglie di Zebedeo e madre di due figli: Giacomo il maggiore (da secoli venerato in Spagna nella Basilica di Santiago di Compostela) e Giovanni l’evangelista (il più giovane e il più longevo degli Apostoli, autore del quarto Vangelo e dell’Apocalisse, unico libro profetico del Nuovo Testamento).
Per tale ragione il Cozzoli, nell’iconografia, l’ha configurata come una donna anziana della Galilea, con lo sguardo accorato, il volto contratto in un pianto sommesso, che sorregge tra le mani un‘anfora di oli profumati da servire all’imbalsamazione del corpo di nostro Signore. Infatti, secondo l’usanza ebraica, ai tempi di Gesù, il morto veniva bendato con fasce dopo essere stato cosparso di aromi e avvolto in un lenzuolo per mitigare l’odore della putrefazione a beneficio delle persone che andavano ad effettuare i riti del lutto. I Vangeli narrano l’episodio con qualche variante. Secondo Marco: “passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù (Marco 16, 1) e lo stesso in Luca (24, 1): “le donne prepararono aromi e oli profumati…il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba portando con sé gli aromi che avevano preparato…” Secondo Giovanni, invece, il compito pietoso fu svolto da due uomini, Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo, che: “portò una mistura di mirra e di aloe di circa 100 libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei” (Giov.19, 39-40).
La famiglia di Zebedeo viveva a Batsàida, sulle rive del lago di Tiberiade o Genezaret, detto anche mare di Galilea. Avevano una piccola industria di pesca; loro soci erano anche Simone (che sarà poi chiamato Pietro) ed Andrea suo fratello, entrambi Apostoli. Data l’abbondanza dei pesci nel lago, si presume che la loro attività fosse redditizia; inoltre, avevano anche tempo per assentarsi dal loro lavoro per lunghi periodi di tempo. Infatti si sa che Giovanni l’evangelista andò al fiume Giordano per ascoltare la predicazione del Battista e per vivere con lui come suo discepolo. Sembrerebbe quindi che non fossero una famiglia di modesti pescatori, bensì di piccoli proprietari di un’azienda peschereccia. A partire dal giorno in cui, dietro comando di Gesù, realizzarono la pesca miracolosa, alle parole del Maestro “farò di voi pescatori di uomini”, essi abbandonarono definitivamente la pesca e seguirono Gesù nelle sue peregrinazioni apostoliche, insieme alla loro madre Salomè
Come tutte le madri, Salomè era una donna ambiziosa di onori per i propri figli al punto da chiedere al Maestro la promessa di riservare per loro i primi posti nel regno messianico. Gesù però non promette alcun posto, bensì predice che in seguito sarebbe stato necessario soffrire e lottare per il suo regno ed i due fratelli apostoli dissero che sarebbero stati disposti a tutto. Ecco le testuali parole di Matteo (20,20-23):
“Allora si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli disse «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio»”. La missione di Cristo sulla terra non era dunque quella di distribuire ricompense agli uomini, ma di soffrire per salvarli. Quel «bere il calice» è una metafora biblica che sta per passione imminente.
La tradizione racconta che Maria Salomè fuggì via mare con i santi Biagio e Demetrio dopo la decapitazione del figlio Giacomo, avvenuta nel 44 d.C., ad opera di Erode Agrippa I.
Ad evitare possibili equivoci mentali, è opportuno spendere qualche parola sulla dinastia erodiana: Erode il Grande è quello citato nei Vangeli per la “strage degli innocenti” e che nell’immaginario collettivo ha assunto la figura della malvagità più efferata. Erode Antipa era figlio di Erode il Grande. A lui si riferiscono due episodi evangelici: la morte di Giovanni Battista (la cui testa fu voluta dalla omonima principessa giudaica, Salomè, figlia di Erodiade, quale compenso per la sua esibizione erotica e passionale di danzatrice) e il suo rifiuto di giudicare Gesù inviatogli da Pilato, donde il detto popolare: “vè da Ròet’à Pelate” (va da Erode a Pilato), nel significato di scaricare su altri una decisione difficile. Erode Agrippa I era figlio di Aristobulus e Berenice e nipote di Erode il Grande. A lui si deve la decapitazione di Giacomo il maggiore e la prigionia di Pietro. Erode Agrippa II fu l’ultimo rappresentante della dinastia erodiana nonché giudice di Paolo di Tarso ( Atti degli Apostoli 25,26).
Ma torniamo al racconto della tradizione. Maria Salomè giunse nel Lazio. La santa, stanca del viaggio, chiese alloggio nella casa di un pagano (poi battezzato con il mone di Mauro), a poca distanza dalla città di Veroli (Frosinone), mentre i suoi compagni di viaggio (Biagio e Demetrio) entrarono in città e furono martirizzati. Salomè rimase nella casa di Mauro dedicandosi alla conversione dei pagani alla fede cristiana, e dopo sei mesi morì. Con riverenza Mauro raccolse le spoglie per la sepoltura, le racchiuse in un’urna di pietra, sulla quale incise le parole: “Haec sunt reliquiae B.Mariae Matris apostolorum Jacobi et Joannis” (Qui sono le reliquie della Beata Maria Madre degli apostoli Giacomo e Giovanni) e la nascose in una grotta. Qualche tempo dopo alcuni pagani trovarono l’urna di pietra e vedendo che conteneva vecchie ossa, gettarono le stesse nella piazza del paese. Un uomo greco, che era riuscito a leggere l’iscrizione sulla cassa, comprendendone l’importanza, decise di salvare il prezioso tesoro e durante la notte si recò in piazza per recuperare le ossa che avvolse in un panno e racchiuse in una nuova urna, nascondendola fuori città presso una rupe. Successivamente un contadino verolano di nome Tommaso, avendo ricevuto in sogno precise indicazioni dalla stessa Maria Salomè circa il luogo ove erano nascoste le sue reliquie, si mise alla ricerca delle stesse e il ritrovamento avvenne il 25 maggio del 1209. Si racconta che mentre il Vescovo del luogo sollevò in aria le ossa per mostrarle alla folla, dalla tibia si vide sgorgare del sangue vivo e tutti gridarono al miracolo. L’urna contenente le reliquie si trova sotto l’altare dell’attuale basilica dedicata alla Santa che fu quindi proclamata patrona di Veroli e viene festeggiata il 25 maggio di ogni anno.


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